La due diligence si materializza anche nel Digital Product Passport

Negli ultimi anni, il quadro normativo europeo ha introdotto una trasformazione profonda nel modo in cui la sostenibilità viene non solo definita, ma direttamente gestita e verificata nel settore moda.

Direttive come la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), l’iniziativa Empowering Consumers for the Green Transition e regolamenti come l’Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR) stanno tutte convergendo verso un unico modello comune.

Per le imprese, il vero nodo da sciogliere, arrivate a questo punto, è il passaggio necessario dal “dichiarare” di essere sostenibili al dimostrare di esserlo, in modo verificabile e comparabile.

Oltre la normativa: il rischio reputazionale

Come il 2025 ci ha insegnato, nel fashion e nel luxury, la sostenibilità è prima di tutto una questione di fiducia, di reputazione, e proprio per questo motivo non può essere ridotta ad una mera questione regolatoria.

Il valore del brand è costruito su percezione, credibilità e coerenza.
E il rischio che deriva da questo presupposto è evidente: una produzione non tracciata e non responsabile, un claim non verificabile oggi non sono solo non conformi sono un potenziale danno reputazionale.

In Ympact, la due diligence rappresenta infatti allo stesso modo sia rispetto della normativa che prevenzione del rischio reputazionale.

Ciò significa:

  • evitare disallineamenti tra storytelling e realtà operativa

  • proteggere il valore del brand nel lungo periodo

  • costruire e mantenere fiducia attraverso dati verificabili

Dal perimetro aziendale al dato di prodotto

Storicamente, la due diligence si è sviluppata a livello corporate.
La CSDDD (Dir. UE 2024/1760) richiede infatti alle imprese di identificare, prevenire e mitigare gli impatti lungo la catena del valore, introducendo obblighi strutturati di monitoraggio e accountability.

Questi obblighi traducono maggiormente in:

  • policy e procedure aziendali

  • raccolte dati e audit periodici

  • report di sostenibilità e rating dei fornitori

Tutti strumenti fondamentali per la gestione dei rischi, che oggi si completano e si integrano anche a livello prodotto.

Con l’ESPR (Reg. UE 2024/1781) e l’introduzione del Digital Product Passport (DPP), però, il paradigma cambia. Perchè?

Le informazioni non restano più aggregate a livello aziendale, ma vengono anche ancorate al singolo prodotto.

In Ympact, non si tratta di un’estensione della compliance: è un vero e proprio cambio di unità di misura. Non si parla più di un solo documento, ma un output del processo. Nel prossimo paragrafo, proverò ad analizzare questo concetto più nel dettaglio.

Il Digital Product Passport come infrastruttura regolatoria

Se è vero che il DPP nasce come strumento tecnico all’interno dell’ESPR, è altrettanto vero che esso assume fin da subito un ruolo sistemico industriale. Questo perché, nel settore moda e lusso, includerà secondo l’ipotesi attuale, in attesa degli atti delegati dati relativi a:

  • composizione e materiali

  • origine e trasformazioni

  • impatti ambientali e chimica

  • durabilità, riparabilità e fine vita

  • certificazioni e conformità

Sfrutto questi esempi di dati solo per fare una riflessione: non ci interessa al momento la lista esatta di dati richiesti ma il processo che ogni Brand ed i relativi fornitori sono tenuti a strutturare ed irrobustire.

Infatti, non è certo un caso che una parte di questi dati siano la derivata di processi di raccolta di informazioni richieste dalle principali normative europee e non solo:

  • la CSDDD, per la gestione dei rischi ed impatti di filiera

  • la CSRD, per il reporting standardizzato e verificato

  • la ESPR, per ecodesign, riduzione di impatto, trasparenza dati e circolarità

  • la proposta Green Claims Directive (COM/2023/166), che richiede evidenze scientifiche per i claim ambientali

  • la direttiva Empowering Consumers (recepita in Italia dal D.Lgs. 30/2026), che limita dichiarazioni ambientali e sociali vaghe o non verificabili

  • le normative e restrizioni sull’uso di sostanze chimiche e sulla decarbonizzazione.

Il DPP diventa quindi l’infrastruttura dati che abilita l’integrazione tra compliance, reporting e comunicazione.

Non è un add-on: è una proprietà nativa del processo di gestione delle informazioni.

Dalla dichiarazione alla verificabilità

Nel panorama di cui ho parlato sopra, risulta evidente che il sistema normativo europeo e non solo quello, stia muovendo i prossimi passi attorno ad un principio ben chiaro: quello per cui la sostenibilità deve essere integrata nei processi operativi e dimostrabile con dati a supporto.

Ciò implica il passaggio strutturale che ho accennato in apertura: non parleremo più di autodichiarazione ma di dati verificabili e interoperabili.

La CSRD introduce obblighi di assurance e standardizzazione.
La Empowering Consumers impone basi scientifiche ai claim.
L’ESPR richiede dati accurati, aggiornati e accessibili tramite DPP.

Di conseguenza:

  • le raccolte dati devono essere ben strutturate e supportate da sistemi robusti

  • le verifiche indipendenti assumono un ruolo centrale

  • i sistemi devono garantire tracciabilità e coerenza lungo tutta la filiera

Diventa quindi chiaro che il DPP possa essere letto come il flusso di dati da gestire e nel quale confluiscono informazioni con più finalità ma integrate e strutturate per ottimizzare il processo di raccolta e gestione anche in correlazione alle attività di due diligence.

Implicazioni operative per i brand e fornitori

Riassumendo, possiamo dire che la convergenza normativa in atto sta comportando (e comporterà) trasformazioni profonde che vanno oltre alla sfera tecnologica, fino a quella organizzativa e sistemica dell’intero settore. Provo a schematizzarle di seguito:

  • dal reporting periodico → al data management continuo

  • dalla compliance aziendale → alla responsabilità di processo e di prodotto

  • dai fornitori come esecutori → a nodi attivi nella produzione di dati

Tracciabilità, trasparenza e accesso ai dati

In conclusione, la convergenza tra CSDDD, CSRD, ESPR, Empowering Consumers e le altre normative non rappresenta una stratificazione regolatoria europea e poi globale, bensì un disegno strutturale che il mercato sta recependo.

Molti gli attori che stanno cogliendo questo percorso anche come opportunità per ridisegnare il proprio modello operativo, fare scelte basate sui dati e investire sul miglioramento.

La due diligence si sta trasformando in una infrastruttura digitale basata su dati sia di azienda che di prodotto. Come piace dire a noi da sempre: non esiste prodotto sostenibile senza filiere tracciate e responsabili.

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