Maturità organizzativa nella value chain della moda: cosa c’entra con il Digital Product Passport?

“Il DPP non è un progetto IT, è un test di maturità organizzativa lungo tutta la value chain.”

Negli ultimi mesi il Digital Product Passport (DPP) è diventato uno dei temi più discussi nel settore moda: per alcuni rappresenta una rivoluzione tecnologica, per altri è un nuovo obbligo normativo, per altri ancora è semplicemente un QR Code che accompagnerà il prodotto lungo il suo ciclo di vita.

In realtà nessuna di queste definizioni è sbagliata. Sono semplicemente incomplete.

Il rischio che oggi corre il settore è affrontare il Digital Product Passport come se fosse un progetto informatico o di compliance, quando invece rappresenta una delle più profonde trasformazioni organizzative che l’industria della moda abbia conosciuto negli ultimi decenni.

Per comprenderne la portata bisogna partire da una domanda diversa.

Non “Che cos’è il Digital Product Passport?”

Ma: “Perché l’Europa ha deciso di introdurlo? E altre aree del mondo stanno andando nella stessa direzione ?

 

Dal Green Deal all’ESPR: perché nasce il Digital Product Passport

Negli ultimi vent’anni la sostenibilità è stata affrontata prevalentemente come un problema di reporting.

Le aziende hanno imparato a misurare emissioni, consumi energetici, utilizzo di materiali riciclati e performance ESG. L’Unione Europea ha però compreso che misurare non basta.

Occorre intervenire prima. Molto prima.

Per questo motivo nel 2024 è stato approvato il Regolamento (UE) 2024/1781, meglio conosciuto come Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR).

L’ESPR rappresenta uno dei pilastri del Green Deal europeo e del Circular Economy Action Plan. L’obiettivo non è semplicemente rendere più trasparenti i prodotti, è renderli migliori.

Prodotti progettati per durare più a lungo, più facili da riparare, più facili da riciclare, più efficienti nell’utilizzo delle risorse, più sicuri dal punto di vista ambientale, più circolari.

Per raggiungere questo obiettivo l’Europa introduce un principio semplice quanto rivoluzionario.

Ogni prodotto dovrà essere accompagnato dalle informazioni necessarie a raccontarne la storia lungo tutto il ciclo di vita.

Da questa esigenza nasce il Digital Product Passport.

 

Che cos’è davvero il Digital Product Passport

Il nome può trarre in inganno.

Il Digital Product Passport non è un software, non è una piattaforma, non è un database europeo. non è nemmeno un QR Code.

È un insieme strutturato di informazioni digitali associate a un prodotto, accessibili tramite un identificativo univoco e organizzate secondo regole comuni.

Il QR Code è soltanto la porta di ingresso.

Il Passport è il patrimonio informativo.

Le informazioni potranno riguardare:

  • materiali utilizzati;
  • composizione;
  • origine delle materie prime;
  • fornitori coinvolti;
  • sostanze soggette a restrizioni;
  • riparabilità;
  • istruzioni di manutenzione;
  • possibilità di riutilizzo;
  • riciclabilità;
  • impronta ambientale;
  • informazioni per il fine vita.

Non tutte queste informazioni saranno pubbliche.

L’ESPR prevede differenti livelli di accesso a seconda del soggetto che consulta il passaporto: consumatori, autorità di vigilanza, operatori economici, riciclatori e altri attori della filiera.

È importante chiarire anche un altro equivoco.

Il futuro Registro Europeo dei Digital Product Passport non conterrà tutti i dati dei prodotti.

Svolgerà principalmente la funzione di registro e di indicizzazione dei passaporti, mentre i dati rimarranno distribuiti presso i soggetti che ne sono responsabili. Ciò implica, per le aziende, una riflessione su come è costruito il proprio sistema di raccolta delle informazioni e sulla conseguente infrastruttura digitale necessaria per archiviarle e comunicarle al registro centrale.”

Dalla norma agli standard: il ruolo degli Atti Delegati e degli standard CEN-CENELEC

L’ESPR stabilisce il quadro normativo generale, ma non entra nel dettaglio delle singole categorie di prodotto.

Per questo motivo il Regolamento demanda agli Atti Delegati il compito di definire, settore per settore, i requisiti specifici dei futuri passaporti digitali.

Per il tessile/moda dovranno essere chiariti aspetti fondamentali:

  • quali dati saranno obbligatori;
  • il livello di granularità (prodotto, lotto o singolo capo);
  • i soggetti responsabili dell’aggiornamento delle informazioni;
  • i livelli di accesso ai dati;
  • le tempistiche di implementazione.

Nel frattempo, il percorso di standardizzazione ha compiuto un passo decisivo con la pubblicazione, da parte di CEN e CENELEC, della prima serie di standard europei dedicati al Digital Product Passport (serie EN 182xx). Questi standard non stabiliscono quali dati dovrà contenere il passaporto di una maglietta o di una giacca: definiscono invece il linguaggio tecnico comune che consentirà ai sistemi di dialogare tra loro.

Identificazione univoca dei prodotti, supporti dati come QR Code e NFC, interoperabilità, API, modelli di scambio e regole di accesso sono gli elementi che permetteranno a soluzioni sviluppate da fornitori diversi di funzionare all’interno dello stesso ecosistema.

Questo chiarisce un punto essenziale: il DPP non sarà un unico sistema europeo, ma un’infrastruttura distribuita basata su standard condivisi. Ogni azienda continuerà a gestire i propri dati, ma dovrà renderli accessibili e interoperabili secondo regole comuni.

Il grande equivoco: il Digital Product Passport non crea dati

È probabilmente qui che nasce la più grande incomprensione. Molte aziende stanno cercando la piattaforma DPP.

La domanda giusta, invece, è un’altra.

Da dove arriveranno tutti quei dati?

Il Digital Product Passport non genera informazioni, le rende semplicemente disponibili.

Se un’azienda non conosce con precisione la composizione dei propri prodotti, il Passport non colmerà quella lacuna.

Se non dispone di informazioni affidabili sulla provenienza delle materie prime, il Passport non potrà inventarle.

Se i dati sono incompleti o incoerenti, il Passport renderà evidente proprio questa incoerenza.

Per questo motivo il Digital Product Passport non è il punto di partenza della trasformazione.

È il punto di arrivo.

 

Tracciabilità e due diligence: le fondamenta invisibili del Digital Product Passport

La tracciabilità rappresenta la capacità di ricostruire il percorso di un prodotto lungo tutta la supply chain.

La due diligence è il processo attraverso cui l’azienda verifica, valida e governa le informazioni raccolte, identificando rischi, responsabilità e misure di mitigazione.

Questi due elementi precedono il Digital Product Passport e ne costituiscono il fondamento.

Ogni certificazione, ogni audit, ogni distinta base, ogni test di laboratorio, ogni dichiarazione del fornitore e ogni controllo qualità sono tasselli della storia del prodotto.

Il DPP non fa altro che organizzare e rendere accessibile questa storia.

In altre parole:

La tracciabilità raccoglie i dati. La due diligence garantisce l’affidabilità del fornitore del dato. Il Digital Product Passport li rende condivisibili.

 

La vera sfida è organizzativa, non tecnologica

Qui si innesta una riflessione che Michael Shea ha espresso con grande lucidità e che merita di essere approfondita.

Nella maggior parte delle aziende della moda il problema non è una carenza di dati. È una sovrabbondanza di dati frammentati. Ogni funzione aziendale possiede una parte della conoscenza sul prodotto: il Procurement conosce i fornitori, la Produzione governa i processi. la Qualità raccoglie gli esiti dei controlli, il team Sustainability gestisce certificazioni e indicatori ambientali, il Legal interpreta gli obblighi normativi, la Finanza attribuisce valore economico ai materiali e ai processi, il Marketing racconta il prodotto al mercato.

Il problema non è che manchino le informazioni.

È che queste informazioni raramente convergono in un patrimonio condiviso.

Ogni funzione osserva il prodotto dalla propria prospettiva, utilizza definizioni proprie e risponde a obiettivi differenti. La collaborazione esiste, ma spesso produce attività anziché capacità organizzativa, perché manca un linguaggio comune sul significato del dato e sulla responsabilità della sua qualità.

Questa frammentazione ha un costo nascosto. Ogni funzione ottimizza il proprio pezzo del processo, mentre il valore maggiore nascerebbe dalla connessione di tutti quei frammenti. Un’organizzazione che conosce davvero i propri prodotti costruisce un patrimonio che serve contemporaneamente alla conformità normativa, all’innovazione, alla gestione del rischio, alla qualità, alla sostenibilità e alla relazione con il cliente.

 

Il ruolo della leadership: dalla proprietà del dato alla responsabilità condivisa

È qui che il Digital Product Passport diventa un tema di leadership.

Molte aziende stanno introducendo Data Owner o Data Steward, ma la semplice attribuzione formale di un ruolo non basta.

La vera sfida consiste nel costruire una responsabilità trasversale sul dato di prodotto.

Persino definizioni apparentemente semplici, come “composizione del materiale” o “contenuto riciclato”, possono assumere significati diversi per Procurement, Sustainability, Legal o Finance.

Senza un lessico condiviso e senza un modello di governance che attraversi le funzioni, il rischio è creare un passaporto digitale formalmente conforme ma sostanzialmente incoerente.

La qualità del dato non dipende dal software, dipende dalla qualità delle decisioni organizzative e queste decisioni appartengono al management.

Solo il team manageriale e le varie funzioni trasversalmente coinvolte hanno la responsabilità necessaria per collegare i diversi pezzi della storia del prodotto e trasformarli in un patrimonio comune. È una responsabilità che non può essere delegata a una singola funzione.

Ecco perché possiamo chiaramente dire che l’introduzione di questo strumento è un test di maturità organizzativa. Chi lo interpreta il Digital Product Passport come un mero adempimento normativo tende a fare il minimo indispensabile.

Chi lo considera un’infrastruttura strategica investe invece nella costruzione di un patrimonio informativo capace di generare valore ben oltre la conformità.

Una governance efficace dei dati di prodotto abilita infatti:

  • una selezione più consapevole dei fornitori;
  • una progettazione orientata alla circolarità;
  • richiami di prodotto più rapidi e selettivi;
  • servizi di riparazione e manutenzione;
  • modelli di riuso e resale;
  • maggiore credibilità delle dichiarazioni di sostenibilità;
  • una relazione più trasparente con consumatori, clienti e investitori.

Il vantaggio competitivo non nasce dal possedere un QR Code.

Nasce dalla capacità di alimentarlo con dati affidabili, coerenti e continuamente aggiornati.

“Il Digital Product Passport non è il futuro della tracciabilità e sostenibilità. È la conseguenza di una filiera che ha imparato a governare i propri dati. La vera sfida non è implementare un passaporto digitale, ma costruire un’organizzazione capace di generare informazioni affidabili, condivise e verificabili lungo l’intero ciclo di vita del prodotto, attraverso la collaborazione tra i diversi attori.”

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